Camera Anabolica

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Città, luogo meticcio per eccellenza. Il concetto d'insediamento le resta incollato addosso eppure le è estraneo. Tentano di costringerla nella stanzialità, ma spezza gli argini, attraversata, distrutta, ricostruita, disabitata, ripopolata.

La città è un'istituzione nomade. Il dinamismo e la precarietà costituiscono la condizione necessaria e naturale alla sua sopravvivenza. Si nutre della sovrapposizione di rotte, diventa reticolato, trova compimento nell'incastro delle culture. Le sue coesistenze si autodeterminano ciclicamente in un patto che promette di essere spezzato alla prossima generazione.

Le città sono reimmaginate da chi le attraversa. Possono essere riassemblate da comunità temporanee, adeguarsi alle maree improvvise, trasformarsi nel racconto che queste ne trasmettono. Le voci narranti hanno il potere di ritrovarne l'identità a seconda della forza evocativa di ciascuna, la narrazione è il nuovo terreno di gioco democratico. La pianificazione della precarietà, l'unica sfida costruttiva.

La città è specchio delle ambizioni, dei desideri, delle traiettorie di cambiamento, delle proiezioni di una politica slegata dal tessuto reale che cambia trama ad una velocità doppia. Smaschera le costruzioni, si autorappresenta nelle intersezioni. Al crocevia, ci obbliga a girare e cambiare punto di vista, per ritrovare la strada o sceglierne una ancora inesplorata. Si lascia riconoscere solo laddove si contratta la precedenza per chi passa per primo, nel momento in cui ci si scontra seguendo la propria traiettoria e dove finisce d'improvviso il riparo dei balconi e delle tettoie.